L’avvento dei nuovi anticoagulanti ha riacceso i riflettori e sensibilizzato la classe medica sui rischi comportanti dalla fibrillazione atriale, un’aritmia molto comune, soprattutto tra gli anziani, ma tutt’altro che ‘fisiologica’. Studi condotti in passato avevano portato alla conclusione che il rischio di ictus tromboembolico in corso di fibrillazione atriale aumenta anche di 5 volte, ma i problemi non si esauriscono con questa grave complicanza. E a fare il punto sui rischi da fibrillazione atriale è questa settimana un vasto studio pubblicato sul British Medical Journal.

Nel tentativo di quantificare l’associazione tra fibrillazione atriale e malattie cardiovascolari, renali e mortalità, gli autori dello studio hanno selezionato 104 studi di coorte per un totale di 9.686.513 partecipanti (587.867 dei quali con fibrillazione atriale). Le valutazioni statistiche effettuate su questo enorme campione hanno evidenziato che questa aritmia aumenta il rischio di mortalità per tutte le cause del 46%, raddoppia il rischio di mortalità cardiovascolare (RR 2,03) e di eventi cardiovascolari maggiori (RR 1,93); quasi raddoppiato è anche il rischio di morte improvvisa cardiaca (RR 1,88), mentre il rischio di cardiopatia ischemica è maggiorato del 61%. Sul fronte dellostroke l’aumento di rischio è del 242% (quello di ictus ischemico del 233%). E non è solo il cuore a fare le spese della fibrillazione atriale: nel corso di questa condizione, il rischio di insufficienza renale cronica aumenta del 66% e quello di vasculopatia periferica del 31%. Ma tra tutti gli outcome considerati, la complicanza maggiormente influenzata da questa aritmia è lo scompenso cardiaco il cui rischio nei soggetti affetti da fibrillazione atriale aumenta di ben 5 volte (RR 4,99).

E’ dunque evidente che oltre a preoccuparsi di contenere il rischio di ictus tromboembolico, diventa urgente mettere in campo azioni mirate per tentare di contrastare anche la comparsa di tutte queste altre complicanze, prime tra tutte le scompenso cardiaco.

La forza di questo studio sta nella numerosità del campione utilizzato, anche se i ricercatori ammettono di non poter escludere di aver trascurato di includere qualche altro studio rilevante ai fini della loro ricerca.
I meccanismi attraverso i quali la fibrillazione atriale contribuisce ad aumentare un vasto range di patologie cardiovascolari non sono del tutto noti ed è anche possibile che questa aritmia funga da ‘marcatore’ di una serie di fattori di rischio cardiovascolari condivisi dalle varie patologie considerate, quali ipertensione arteriosa (presente nel 90% dei soggetti fibrillanti in questo studio), obesità, diabete e sindrome delle apnee ostruttive .

Il take home message per i medici è di fare certamente tesoro di quanto appreso dagli studi sui nuovi anticoagulanti orali in termini di riduzione dell’ictus tromboembolico e della mortalità ad esso correlato, ma di non ‘accontentarsi’. Questi stessi studi hanno infatti dimostrato che i NOA hanno un impatto trascurabile sulla mortalità correlata a scompenso cardiaco e sulla morte improvvisa. Anche le strategie di controllo del ritmo, rispetto a quelle rate control, nei soggetti con fibrillazione atriale non hanno dimostrato un vantaggio significativo sulla riduzione della morte improvvisa, sul peggioramento del grado di scompenso cardiaco, né sulla mortalità.

Insomma sul fronte della fibrillazione atriale resta molto da fare e va considerata una priorità, visto il carico delle complicanze al di là dell’ictus comportato da questa aritmia, rifocalizzarsi sulla prevenzione primaria e sulla gestione del fattori di rischio cardiovascolari.
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